Pensiero del mese di Settembre 2003
DISAGIO DI VIVERE
C’è un fotogramma che fissa, nell’attimo distruttivo, il senso della svolta.
Quando uno scrittore muore, anzi si uccide, mette a nudo con tutta evidenza e violenza il disagio di vivere. Non solamente suo ma della nostra umana condizione. Perché la sua penna – si ricordi lo stordimento che ha accompagnato tanti anni fa la morte di Hemingway, poi di Primo Levi e, più di recente, di Franco Lucentini – ha raccontato con intensità mille vicende umane, sapori, scandagliato amori e dolori della comune esistenza. Proprio per questo affondare i racconti nella vita quotidiana del mondo disegnandone anche slanci e superamenti, la loro è una morte che ci obbliga, almeno per un minuto, a sederci sul ciglio del baratro dell’esistenza. Dove giovani e adulti sono ugualmente apprendisti. Cercatori di senso nel “deserto dei Tartari” che non risparmia nessuno.
Quando uno scrittore decide di farla finita con la vita, mi coglie sempre l’impulso a spiare dentro la sua bisaccia esistenziale. Forse nella voglia, un po’ vorace, di tacitare analoghe paure che sonnecchiano dentro di noi.
E’ una soglia, la morte, che prova la verità delle parole educative. Svestite dal gioco dei ruoli “maestro-discepolo-genitori-figli”. Anzi, la prospettiva concreta di quella soluzione finale di ogni storia di vita, incalza gli adulti a farsi domande più esigenti di quante ciascuno di noi sia disposto a farsene in gioventù. Oltre al gioco dei ruoli e alla maschera che ci porta a essere, di frequente, dottor Jekill in privato e mister Hyde in pubblico, con una sorprendente capacità di dissociazione.
Da giovani, si morirebbe perfino per alcuni grandi ideali, specie se coincidono con grandi amori. In età matura ci vorrebbe il coraggio di chiedersi cosa ne abbiamo fatto di quegli ideali e di quegli amori che, avvampandoci il petto, davano sapore e slancio alla vita, forza creativa e innovativa. Perché sono quegli amori e quegli ideali che danno dignità civile e umana alla proposta educativa senza renderla un inganno.
E’ su di essi, liberamente proposti e accolti, che prima di qualsiasi finanziamento, si possono reggere anche le istituzioni educative. Famiglia, scuola, istituzioni civili e religiose, nell’ora del disincanto per gli ideali, appaiono formule vuote che aggravano la fatica di vivere: i giovani fuggono in paradisi artificiali o si ribellano. I meno giovani si ripiegano in sterili rimpianti senza visione di futuro.
La forza vitale degli ideali costringe a interrogarci sulla qualità delle proposte educative e sollecita a liberare dalla banalità e dal ritualismo la stessa domanda religiosa.
Il desiderio d’immortalità si accompagna sempre, a volte confusamente, alla ricerca e al godimento degli ideali. La fede cristiana, al desiderio di immortalità che non si realizza, risponde con la sconvolgente promessa della risurrezione della carne. “Raccontaci Maria – narra un antico canto popolare della mattina di Pasqua – che cosa hai visto sulla via? Ho visto il sepolcro del Cristo vivente e la gloria di colui che risorge. E’ risorto Cristo mia speranza. Precede i suoi in Galilea”.
E’ più facile, per credenti e non credenti, condividere l’emozione del Natale. Narra un’esperienza comune, verificabile. La Risurrezione, come l’Eucaristia, spariglia il consenso.
Le parole educative, per quanti credono, almeno una sbirciata a quella stalla del senso e a quel sepolcro vuoto devono darla. Perché vivere non sia un morire impercettibile, ma uno scandaglio inappagato dell’abisso della risurrezione. Che rimane un dono, alla pari della vita.
Per asciugarne le lacrime e completare la creazione, quando Dio vide che tutto era buono e la morte non insidiava la vita. (considerazione di Carlo Di Cicco in Bollettino Salesiano, dicembre 2002)
Mi è piaciuta questa considerazione. Ma non solo.Ho pensato profondamente a quel giovane che mi chiedeva qualche mese fa: “Perché vivere, quando non vivere sembra più facile?” Ho rivolto la domanda a Cristo. Lui continua a rispondermi: «Io sono la resurrezione e la vita» E questo mi basta per sorridere alla esistenza.