OTTOBRE 2002
Porgi laltra guancia
Gesù ha predicato la pace e il perdono, ma quando al perdono ha aggiunto un certa sottomissione, ci ha lasciati perplessi e disorientati: porgere laltra guancia sembrava proprio quasi contro la natura, quasi una sottomissione per essere schiacciati.
Come si può porgere laltra guancia a colui che già ci ha fatto del male?
Il "porgere l'altra guancia" non è però da intendersi come "non difendere i propri diritti in nessun caso": ma va interpretato dal buon senso e per i cristiani con il Magistero della Chiesa.
In alcuni casi può dunque essere lecito o doveroso sacrificare la propria vita, in altri casi può essere doverosa la legittima difesa. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: "La legittima difesa può non solo essere un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita degli altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile"
Gesù invita a porgere la propria "altra guancia", non quella del prossimo.
Può spiegare la legittima difesa qualche affermazione dal libro di Lino Ciccone, "La vita umana" Milano: Ares, 2000, 51-62.
"Ciò che viene escluso e condannato è l'uccisione diretta e volontaria di un innocente. Siamo evidentemente fuori dallambito della legittima difesa, sia perché l'altro non è «innocente», sia perché la sua uccisione non è per nulla diretta e nemmeno volontaria, come risulta evidente anche da una semplice descrizione della dinamica del fatto, che può essere così delineata: una persona percepisce l'incombere di una grave minaccia sulla sua vita da parte di altri. Per quel tanto che l'istinto di conservazione gli lascia di possibilità di decisioni consapevoli e libere, egli cerca di sfuggire al pericolo. Tutto quello che l'aggredito compie, tende a un solo obiettivo, è mosso da un'unica intenzione: salvare la propria vita. Se si verifica la inevitabilità di colpire a morte l'aggressore per raggiungere questo scopo, ciò avviene non per sua libera scelta, ma totalmente e solo in conseguenza del comportamento dell'aggressore, che costringe l'altro a gesti che avranno sì l'effetto di salvare la sua vita, ma a prezzo della vita dell'aggressore stesso. Questo prezzo non viene scelto liberamente dall'aggredito, ma sopravviene come conseguenza della tragica costrizione a lui imposta dall'aggressore. Può essere addirittura dolorosamente sofferta, e quindi sinceramente rifiutata nel proprio cuore...
Nella "Evangelium vitae" (n. 55) troviamo una conferma: «Accade purtroppo che la necessità di porre l'aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l'esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione, anche nel caso in cui egli non fosse moralmente responsabile per mancanza dell'uso di ragione»
Dunque, la non volontarietà della morte dell'aggressore è già di per sé sufficiente per rendere insostenibile una colpevolezza dell'aggredito.
San Tommaso dAquino afferma: «Nulla impedisce che un atto abbia due effetti, uno solo dei quali è intenzionale mentre l'altro è preterintenzionale. Ora gli atti morali sono specificati da ciò che è intenzionale, non da ciò che è preterintenzionale, dato che questo si dà per accidens [ ... ]. Dalla difesa personale possono seguire due effetti: il primo è la conservazione della propria vita, l'altro è l'uccisione dell'attentatore. Un tale atto, che mira intenzionalmente alla conservazione della propria vita, non può essere qualificato come illecito»" (S. Theol., II II, 64, 7).
Certo però che la legittima difesa va esercitata sempre cercando di fare il minor male possibile all'ingiusto aggressore. Inoltre si richiede che, nell'atto di difendersi, sia voluto sinceramente solo l'effetto buono e che non esista altra via praticabile, con un motivo proporzionatamente grave.
Sarebbe indebito trasformare in obbligo per tutti l'ideale evangelico di farsi uccidere piuttosto che uccidere, così sembra doversi attenuare l'affermazione che ogni aggredito ha sempre il diritto di spingere fino all'estremo la difesa della propria vita.
La fedeltà al Vangelo e il bene della società in cui si vive possono esigere l'una o l'altra scelta, a seconda dei casi.
Per quanto riguarda la difesa di beni materiali, la legittima difesa non può spingersi fino alla soppressione della vita altrui per difendere la proprietà: in passato si ammetteva la liceità di questo gesto estremo, forse in conseguenza di situazioni storiche dove un furto poteva ridurre sul lastrico e mettere di fatto in pericolo la vita. Si potrebbe ammettere ancora oggi la legittima difesa quando l'essere rapinati comporta perdere la vita propria e/o dei propri congiunti. Ma sono casi rari, dai quali comunque bisogna escludere sempre la cattiva intenzione.
Potrebbe essere lecito spingersi fino a sopprimere la vita dell'ingiusto aggressore - sempre come involontario ed estremo rimedio - nel caso di stupro, dove il trauma della donna violentata è tale che essa porterà per tutta la vita con pesantissime conseguenze psicologiche: la psicologia moderna mostra con chiarezza che lo stupro è, di fatto, un attentato alla vita.
Finché poi non verrà scoperta una cura adeguata per l'AIDS, la violenza sessuale da parte di un sieropositivo è di fatto un tentato omicidio: e anche la magistratura italiana ha incriminato con questo stesso capo d'accusa chi ha tenuto nascosta la sua sieropositivitá al partner che poi ha contratto la malattia.
Ma in conclusione però la legittima difesa non esclude il perdono cristiano dell'ingiusto aggressore da parte di chi è poi costretto a difendersi.
Il Vangelo è sempre stato difensore di questo e rimane guida nelle scelte della non violenza.