Novembre è il mese dei “Santi” e dei “Morti”.
Corriamo
alle chiese, ma soprattutto ai Cimiteri dove spesso si profana la memoria dei
nostri CARI con mercati di
chiacchiere piazzaiole e di irriverenti ed ipocrite conversazioni che sviliscono
la sacralità della vita e della morte.
Ascoltare
silenziosamente il dolore, come
dice un autore, dovrebbe essere l’atteggiamento più ovvio e scontato in
questa circostanza e luogo.
«La
sofferenza è un grido che pretende consolazione. L’addio è una
lacerazione che cerca di ristabilire una continuità». È quanto scriveva
Godfried Danneels indicando che dove c’è una rottura e un abbandono, dalla
morte alla malattia grave, si scatenano le emozioni più forti che vanno
addolcite e controllate.
La perdita lascia sgomenti e
vuoti, privi di parole perché non ne esistono di giuste davanti alla madre che
piange il figlio morto; davanti al padre che assiste la figlia in coma
irreversibile; al marito seduto al capezzale della moglie malata terminale; al
figlio ancora bambino che perde un genitore,
ad una pietra tombale che dice una conclusione irrimediabile..
Silenzio.
E’ ascolto del detto e del non detto di chi vive la morte dentro la propria
carne e la propria anima, dentro le cellule del cervello che non comprende e il
cuore che scoppia per non aver potuto fare nulla per impedire alla morte di
cantare vittoria ai danni di chi ci è caro.
Per non soccombere alla perdita
lacerante è opportuno pensare che tutta la vita, dal suo inizio alla fine, è
segnata da una perdita. Il nascituro, per esistere autonomamente, deve
abbandonare (e dunque "perdere") la sicurezza discreta del seno
materno. E anche sua madre, pur rallegrandosi perché il figlio portato in
grembo per nove mesi è ormai una creatura a sé, quando lo fa nascere subisce
una specie di perdita.
La famiglia oggi è tenuta
lontano da quello che sta attorno alla morte.
Infatti, sono le agenzie
funebri a compiere tutti quei gesti che un tempo venivano compiuti dai
famigliari del defunto. Così, però, è scomparsa qualsiasi personalizzazione
del rito e dei momenti ultimi di addio.
La nostra società rifiuta di
"veder morire", “ascoltare la morte”; la censura e
la occulta. Vi sono paesi in Sud America, dove i funerali vengono fatti di
notte, perché non si veda…
Ma questo "stare di
fronte" a una persona che muore è un cammino particolarmente aspro e
complesso ma che può condurre inaspettatamente ad approdi di rara intensità e
fecondità.
Imparare a convivere con la
sofferenza non significa solo sopportare di fronte alla necessità cieca, al
destino che si accanisce contro.
Non significa neanche fare un
continuo sforzo di volontà, spinti da una morale di dovere da assolvere o
affrontarla prometeicamente con la forza del superuomo che non si lascia
scalfire dal negativo.
Chi fa l’esperienza di essere
di fronte alla morte, sperimenta qualcosa di più profondo.
In alcuni momenti gli sembrerà
di soccombere, in altri riuscirà solo a "tirare avanti", senza vedere
alcuno sbocco, in altri forse si abituerà a raccogliere anche i più piccoli
frammenti di speranza per rischiarare la prova, di percorrere tutti i pertugi
possibili per consentire all’azione d’essere efficace o almeno fattibile.
Eppure, se la sofferenza è una
risorsa, ci deve essere un modo per valorizzarla o almeno non sciuparla. Il dolore
rifiutato è l’inferno e produce l’inferno in sé e nei rapporti
interpersonali. Che cosa può aiutare a vivere questo negativo?
È
fortunato chi riesce a leggerne la cifra e riconoscerla preziosa, sia per
l’approfondimento personale del senso della vita per un futuro dopo la morte.
«Vivere – è stato
detto – è abitare nel cuore di qualcuno». I malati avvertono più di
altri se hanno attorno qualcuno che si prende a cuore il loro stato di salute,
nell’impatto con la debolezza, la decadenza e la perdita dell’autonomia del
corpo, l’inadeguatezza mentale. La condivisione toglie alla sofferenza
il male dell’abbandono e può fare molto per rendere il "giogo"
leggero.
Non
sempre ci meravigliamo a sufficienza dei miracoli che compie l’amore,
prendendosi le sue rivincite sulla morte.
Le
tombe dei nostri defunti in questi giorni ci raccontano tante storie: storie
meravigliose, storie tragiche…ma c’è in ognuna qualche frammento di noi che
ancora siamo in vita.
Il
freddo della morte però si riscalda alla luce dei Santi che ci guardano e che
ci invitano nel coraggio e nella speranza a camminare….
Il Catechismo della Chiesa
Cattolica al n.956 (L'intercessione dei santi) recita: « A causa infatti
della loro più intima unione con Cristo, i beati rinsaldano tutta la Chiesa
nella santità [...]. Non cessano di intercedere per noi presso il Padre,
offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra
Dio e gli uomini. [...] La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro
fraterna sollecitudine ».
Siamo uniti in una grande
famiglia perché la Chiesa ci insegna e noi crediamo (Catechismo, n. 962) « alla
comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa
terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo;
tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione
l'amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre
preghiere».
E
l’enigma del dolore?
Chi non ricorda quel passo dei Fratelli
Karamazov ove Dostoevskij s’interroga: «Se tutti devono soffrire per
comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del
tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché
tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza?».
Per millenni l’umanità ha
cercato di scalare o spianare questa difficoltà. Già l’antica sapienza
egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del
"Papiro di Berlino 3024" (2200 a.C.), intitolato dagli studiosi Dialogo
di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte
vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera,
fior di loto che sboccia.
L’accanimento nel tentativo
di difendere Dio dall’attacco dell’"ateismo" verso queste
considerazioni e che fa leva sul proprio dolore, ha dovuto confrontarsi anche
con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha
trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (cap.
13):
«Se Dio vuol togliere il
male e non può, allora è impotente.
Se può e non vuole, allora è
ostile nei nostri confronti.
Se vuole e può, perché allora esiste il male e non
viene eliminato da lui?».
Ma noi sappiamo che la fede ci
proietta ad di sopra e al di là di queste affermazioni: Cristo è morto, ma è
pure risorto.
Ecco perché “i Santi” ci
danno speranza; “i Morti” ci
aiutano a camminare ….perché
“la vera magia è tenere nel cuore,
con la fede in Dio, le persone che amiamo, anche se la vita ce ne separa”.
Sartre nel suo libro ‘L’essere e il nulla ’
dice. «La storia di una vita è la storia di un fallimento» ,
perché la morte possiamo ritardarla, ma non ucciderla.
La Fede però afferma: «Vita
mutatur, non tollitur» : La vita cambia ma non scompare.
Dove manca questa fede nella
risurrezione, accade quello che è logico aspettarsi: la morte viene bandita
dalla vita sociale, la società non vuole più la morte.
Per chi non crede questa è l’unica soluzione per
sfuggire all’assurdo di una distruzione inesorabile, per imparare a vivere
consolati dall’idea che dopo la nostra scomparsa si continuerà a vivere
attraverso l’influenza, sia pur minima, che noi potremo esercitare sugli
eventi di questo mondo.
Anche per chi crede, la morte
significa distruzione della propria esistenza terrena. Ma sotto la spietata,
assurda idea della morte, il cristianesimo ha sempre difeso e promosso
l’abbandono pieno di speranza.
E in nessun’epoca tale atteggiamento interiore fu
più evidente che nel secolo di Francesco, in cui i morti sono
raffigurati distesi sulle pietre tombali a occhi aperti ... Come fossero
ancora vivi!.
In quel tempo forse nessuno ha vissuto in modo
originale come Francesco tale rapporto intimo con la morte. E noi
non possiamo concepire un contrasto più stridente di quello esistente tra il «fallimento»
di Sartre e l’abbandono di Francesco a « sora nostra morte corporale»,
tanto che, pochi
giorni prima di morire, fece aggiungere al suo Cantico una nuova strofa:
Laudato
si, mi Signore,
per
sora nostra Morte corporale
da
la quale nullo orno vivente pò scampare.
Bisogna veramente avere una
fede incrollabile per ringraziare Dio della morte che distrugge il corpo. Si
ha l’impressione che Francesco sentisse il corpo come un essere
situato fuori del suo io.
Non soltanto il suo spirito, ma anche il suo corpo
desiderava la morte quando Francesco domandò calmissimo al medico che lo
curava: « Ditemi, dottore, che pensate di me? Ditelo francamente, perché per
la grazia del mio Signore non sono così pusillanime da temere la morte ». E
quando il medico gli dette al massimo ancora poche settimane di vita,
Francesco esclamò: «Sii benvenuta, sorella Morte ».
A
questa morte Francesco andava incontro come a una sorella. E una sorella,
nell’immaginazione di Francesco, non è né crudele né assurda. Recandosi
da un moribondo, essa intende consolarlo. Accanto al Sole, alla Luna, agli
elementi e all’uomo, eccola, ultima creatura che il fratello porterà con sé
dal cosmo alla dimora dell’Altissimo.
Francesco farà poi completare il Cantico delle
creature con questa strofa su sorella morte:
Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali.
Beati quelli che troverà
nelle sue santissime voluntati,
ca la morte seconda no li farà male.
Chi ha vissuto per anni e anni
teso verso l’incontro con Dio, non può vedere l’istante della propria
morte se non come il punto culminante della propria vita. Culmine da celebrare,
e Francesco lo celebra in modo originale, ispiratogli dalle parole di congedo
del suo Maestro.
La sua morte sarà degna di lui.
Francesco vuol essere
circondato dai suoi amici.
A Chiara, lontana, fa consegnare una lettera,
raccomandando ai latore:
« Dille che non pianga, perché
prima della sua morte lei e le altre sorelle mi rivedranno»
E inizia la celebrazione
della sua morte con un’agape. Benedice i pani che gli portano e li
distribuisce ai suoi . Poi fa
leggere il tredicesimo capitolo del vangelo di San Giovanni, capitolo che,
come discorso di congedo, è pieno di sorprendenti analogie con la sua morte.
E quando fece leggere le parole: «Io prego per
coloro che per la tua parola crederanno in me, affinché tutti possano essere
uno solo con te, Padre, come tu sei in me e io in te», i presenti
dovettero attribuire certamente un senso molto particolare a quel testo.
Per alcune ore Francesco giacque lì per terra, a occhi chiusi,
circondato dai suoi frati, ciascuno immerso nei propri ricordi. Quante vicende
avevano attraversate con lui e quanto. avevano da lui ricevuto!
Poi sorella Morte si chinò
lentamente su di lui per introdurlo nel Mistero ineffabile.
I “Santi”
e i “Morti” ci lasciano questi messaggi di serena fiducia
anche nelle attuali alienazioni collettive …ogni giorno moriamo ..ma
andiamo verso una eternità in Dio.