Novembre 2001

Ascoltare il dolore…e la morte

Novembre è il mese dei “Santi” e dei “Morti”.

Corriamo alle chiese, ma soprattutto ai Cimiteri dove spesso si profana la memoria dei nostri CARI con  mercati di chiacchiere piazzaiole e di irriverenti ed ipocrite conversazioni che sviliscono la sacralità della vita e della morte.

 

Ascoltare silenziosamente il dolore, come dice un autore, dovrebbe essere l’atteggiamento più ovvio e scontato in questa circostanza e luogo.

«La  sofferenza è un grido che pretende consolazione. L’addio è una lacerazione che cerca di ristabilire una continuità». È quanto scriveva Godfried Danneels indicando che dove c’è una rottura e un abbandono, dalla morte alla malattia grave, si scatenano le emozioni più forti che vanno addolcite e controllate.

 

La perdita lascia sgomenti e vuoti, privi di parole perché non ne esistono di giuste davanti alla madre che piange il figlio morto; davanti al padre che assiste la figlia in coma irreversibile; al marito seduto al capezzale della moglie malata terminale; al figlio ancora bambino che perde un genitore,  ad una pietra tombale che dice una conclusione irrimediabile..

 

Silenzio. E’ ascolto del detto e del non detto di chi vive la morte dentro la propria carne e la propria anima, dentro le cellule del cervello che non comprende e il cuore che scoppia per non aver potuto fare nulla per impedire alla morte di cantare vittoria ai danni di chi ci è caro.

Per non soccombere alla perdita lacerante è opportuno pensare che tutta la vita, dal suo inizio alla fine, è segnata da una perdita. Il nascituro, per esistere autonomamente, deve abbandonare (e dunque "perdere") la sicurezza discreta del seno materno. E anche sua madre, pur rallegrandosi perché il figlio portato in grembo per nove mesi è ormai una creatura a sé, quando lo fa nascere subisce una specie di perdita.

 

La famiglia oggi è tenuta lontano da quello che sta attorno alla morte.

Infatti, sono le agenzie funebri a compiere tutti quei gesti che un tempo venivano compiuti dai famigliari del defunto. Così, però, è scomparsa qualsiasi personalizzazione del rito e dei momenti ultimi di addio.

                              

La nostra società rifiuta di "veder morire", “ascoltare la morte”; la censura e la occulta. Vi sono paesi in Sud America, dove i funerali vengono fatti di notte, perché non si veda…

Ma questo "stare di fronte" a una persona che muore è un cammino particolarmente aspro e complesso ma che può condurre inaspettatamente ad approdi di rara intensità e fecondità.

Imparare a convivere con la sofferenza non significa solo sopportare di fronte alla necessità cieca, al destino che si accanisce contro.

Non significa neanche fare un continuo sforzo di volontà, spinti da una morale di dovere da assolvere o affrontarla prometeicamente con la forza del superuomo che non si lascia scalfire dal negativo.

 

Chi fa l’esperienza di essere di fronte alla morte, sperimenta qualcosa di più profondo.

In alcuni momenti gli sembrerà di soccombere, in altri riuscirà solo a "tirare avanti", senza vedere alcuno sbocco, in altri forse si abituerà a raccogliere anche i più piccoli frammenti di speranza per rischiarare la prova, di percorrere tutti i pertugi possibili per consentire all’azione d’essere efficace o almeno fattibile.

Eppure, se la sofferenza è una risorsa, ci deve essere un modo per valorizzarla o almeno non sciuparla. Il dolore rifiutato è l’inferno e produce l’inferno in sé e nei rapporti interpersonali. Che cosa può aiutare a vivere questo negativo?

È fortunato chi riesce a leggerne la cifra e riconoscerla preziosa, sia per l’approfondimento personale del senso della vita per un futuro dopo la morte.

«Vivere – è stato detto – è abitare nel cuore di qualcuno». I malati avvertono più di altri se hanno attorno qualcuno che si prende a cuore il loro stato di salute, nell’impatto con la debolezza, la decadenza e la perdita dell’autonomia del corpo, l’inadeguatezza mentale. La condivisione toglie alla sofferenza il male dell’abbandono e può fare molto per rendere il "giogo" leggero.

Non sempre ci meravigliamo a sufficienza dei miracoli che compie l’amore, prendendosi le sue rivincite sulla morte.

 

Le tombe dei nostri defunti in questi giorni ci raccontano tante storie: storie meravigliose, storie tragiche…ma c’è in ognuna qualche frammento di noi che ancora siamo in vita.

Il freddo della morte però si riscalda alla luce dei Santi che ci guardano e che ci invitano nel coraggio e nella speranza a camminare….

Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n.956 (L'intercessione dei santi) recita: « A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità [...]. Non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini. [...] La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine ».

Siamo uniti in una grande famiglia perché la Chiesa ci insegna e noi crediamo (Catechismo, n. 962) « alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l'amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere».

 

E l’enigma del dolore?

Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov ove Dostoevskij s’interroga: «Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza?».

Per millenni l’umanità ha cercato di scalare o spianare questa difficoltà. Già l’antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del "Papiro di Berlino 3024" (2200 a.C.), intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia.

L’accanimento nel tentativo di difendere Dio dall’attacco dell’"ateismo" verso queste considerazioni e che fa leva sul proprio dolore, ha dovuto confrontarsi anche con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (cap. 13):

 

«Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente.

Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti.

Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?».

 

Ma noi sappiamo che la fede ci proietta ad di sopra e al di là di queste affermazioni: Cristo è morto, ma è pure risorto.

Ecco perché “i Santi” ci danno  speranza; “i Morti” ci aiutano a camminare ….perché

“la vera magia è tenere nel cuore, con la fede in Dio, le persone che amiamo, anche se la vita ce ne separa”.

Sartre nel suo libro ‘L’essere e il nulla ’ dice. «La storia di una vita è la storia di un fallimento» , perché la morte possiamo ri­tardarla, ma non ucciderla.

 

La Fede però afferma: «Vita mutatur, non tollitur» : La vita cam­bia ma non scompare.

Dove manca questa fede nella risurrezione, accade quello che è logico aspettarsi: la morte viene bandita dalla vita sociale, la società non vuole più la morte.

Per chi non crede questa è l’uni­ca soluzione per sfuggire all’assurdo di una di­struzione inesorabile, per imparare a vivere con­solati dall’idea che dopo la nostra scomparsa si continuerà a vivere attraverso l’influenza, sia pur minima, che noi potremo esercitare sugli eventi di questo mondo.

Anche per chi crede, la morte significa distruzione della propria esistenza terrena. Ma sotto la spietata, assurda idea della morte, il cristia­nesimo ha sempre difeso e promosso l’abbando­no pieno di speranza.

E in nessun’epoca tale at­teggiamento interiore fu più evidente che nel secolo di Francesco, in cui i morti sono raffigurati distesi sulle pietre tombali a occhi aperti ... Co­me fossero ancora vivi!.

In quel tempo forse nessuno ha vissuto in modo originale come Francesco tale rapporto intimo con la morte. E noi non possiamo concepire un contrasto più stridente di quello esistente tra il «fallimento» di Sartre e l’abbandono di Francesco a « sora nostra morte corporale», tanto che, pochi giorni prima di morire, fece aggiungere al suo Cantico una nuova strofa:

Laudato si, mi Signore,

per sora nostra Morte corporale

da la quale nullo orno vivente pò scampare.

 

Bisogna veramente avere una fede incrollabile per ringraziare Dio della morte che distrugge il cor­po. Si ha l’impressione che Francesco sentisse il cor­po come un essere situato fuori del suo io.

Non soltanto il suo spirito, ma anche il suo cor­po desiderava la morte quando Francesco do­mandò calmissimo al medico che lo curava: « Di­temi, dottore, che pensate di me? Ditelo francamente, perché per la grazia del mio Signore non sono così pusillanime da temere la morte ». E quando il medico gli dette al massimo ancora po­che settimane di vita,

Francesco esclamò: «Sii benvenuta, sorella Morte ».

 A questa morte Francesco andava in­contro come a una sorella. E una sorella, nell’im­maginazione di Francesco, non è né crudele né assurda. Recandosi da un moribondo, essa inten­de consolarlo. Accanto al Sole, alla Luna, agli elementi e all’uomo, eccola, ultima creatura che il fratello porterà con sé dal cosmo alla dimora dell’Altissimo.

Francesco farà poi completare il Cantico delle creature con questa strofa su sorella morte:

Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali.

Beati quelli che troverà

nelle sue santissime voluntati,

ca la morte seconda no li farà male.

 

Chi ha vissuto per anni e anni teso verso l’incon­tro con Dio, non può vedere l’istante della propria morte se non come il punto culminante della propria vita. Culmine da celebrare, e Francesco lo celebra in modo originale, ispiratogli dalle parole di congedo del suo Maestro. La sua morte sarà degna di lui.

Francesco vuol essere circondato dai suoi amici.

A Chiara, lontana, fa consegnare una lettera, raccomandando ai latore:

« Dille che non pianga, perché prima della sua morte lei e le altre sorelle mi rivedranno»

E inizia la celebrazione della sua morte con un’agape. Benedice i pani che gli portano e li distribuisce ai suoi  . Poi fa leggere il tredicesimo capitolo del vangelo di San Giovanni, capi­tolo che, come discorso di congedo, è pieno di sorprendenti analogie con la sua morte.

E quando fece leggere le pa­role: «Io prego per coloro che per la tua parola crederanno in me, affinché tutti possano essere uno solo con te, Padre, come tu sei in me e io in te», i presenti dovettero attribuire certamente un senso molto particolare a quel testo. Per alcune ore Francesco giacque lì per terra, a occhi chiusi, circondato dai suoi frati, ciascuno immerso nei propri ricordi. Quante vicende ave­vano attraversate con lui e quanto. avevano da lui ricevuto!

Poi sorella Morte si chinò lentamente su di lui per introdurlo nel Mistero ineffabile.

 

I “Santi”  e i “Morti” ci lasciano questi messaggi di serena fiducia  anche nelle attuali alienazioni collettive …ogni giorno moriamo ..ma andiamo verso una eternità in Dio.

 

Torna all'archivio