Pensiero del mese di Novembre 2008
"Sperare la morte della morte" |
La speranza cristiana è paradossale. Ma l’intera fede è paradossale: pensiamo a Cristo, il Dio-uomo, che la divinità di Dio non esclude, ma include l’umanità, così come afferma che l’umanità di Gesù e narra pienamente la divinità. Da ciò scaturisce la fede dell’incredibile. Dice il profeta Isaia in 53,1 introducendo nel IV canto del Servo del Signore ciò che nel Nuovo Testamento suona così: il crocifisso, l’appeso al legno, il maledetto dalla Legge santa, lo schiavo, l’uomo privato di dignità, è il Messia, è il salvatore del mondo, è la diretta rivelazione della potenza e della sapienza di Dio.
Se la fede cristiana è un credere l’incredibile, l’amore cristiano è un amare il non amabile, il nemico, e la speranza cristiana è uno sperare l’insperabile. Già la fede di Abramo si configura come speranza contro ogni speranza, contro ogni evidenza, come speranza folle (Rm 4,18: “[Abramo] credette sperando contro ogni speranza”); la fede cristiana, fondata sull’evento della morte e della resurrezione di Gesù Cristo, dà vita a una speranza che osa sperare l’insperabile per eccellenza, ovvero, la morte della morte (“Non ci sarà più la morte”: Ap 21,4).
La speranza cristiana viene intimamente traghettata dalla dinamica della morte e resurrezione del Cristo: e porta anch’essa i contrassegni della croce, e addirittura dal vuoto della tomba di Colui che è morto ed è stato tumulato, trae lo sperare come dal cuore stesso della disperazione: pensiamo ai luoghi infernali creati dagli uomini come i lager nazisti o nei gulag sovietici. Ma pure nell’intimo umano dove spesso è angoscia e disperazione, la forza della speranza cristiana contiene parimenti il paradosso dello sguardo della speranza.
Dice Paolo: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza: infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperano? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rm 8,24-25).
La speranza spera l’invisibile.
Ma che significa vedere l’invisibile? Gabriel Marcel parla di una forma di visione velata: “Non si può certo dire che la speranza veda ciò che sarà; ma essa afferma come se vedesse; si direbbe ch’essa attinga la sua autorità da una forma di visione velata, della quale non può godere, ma su cui può fare assegnamento”.
Chi nutre una simile speranza è pure chi patisce nel quotidiano l’esperienza del soffrire e del piangere. E’ l’esperienza storica del patire e del martirio. Questa speranza è la speranza sperata dai poveri. E tale speranza sgorga dalle beatitudini del discorso della montagna. Gesù non ha illuso o deluso alcuno. L’uomo che lo ha creduto, ha trovato la gioia nella speranza, e la convinzione che gli uomini non sono falliti o perdenti se non quando non hanno più speranza.
Due santi al mese |
Nato ad Arona (1538) sul Lago Maggiore. Fu il padre dei poveri, il riformatore del Clero, il pastore esemplare. Si impegnò in opere assistenziali in occasione di una durissima carestia nel 1570 e, soprattutto nel periodo della terribile peste del 1576-1577, detta anche "peste di San Carlo". Morì nel 1584 |
Secondo la tradizione, Cecilia sarebbe nata da una nobile famiglia romana. Sposata al nobile Valeriano, che converte al cristianesimo insieme al fratello di lui. Il Prefetto della città, Almachio, l'avrebbe fatta incarcerare e quindi decapitare. Cecilia venne sepolta nelle catacombe di San Callisto ed è patrona dei musicisti e degli artisti. |