Pensiero del mese: Maggio 2005
Papa Luciani: un sorriso con Maria
Nella storia è stato definito il Papa dei 33 giorni. Ma nella brevità
ha consegnato al mondo un sorriso di bontà. I pochi scritti e discorsi
che di lui abbiamo emanano semplicità evangelica e bontà di cuore.
“Con me il Signore attua il suo vecchio sistema : prende i piccoli dal
fango della strada e li mette in alto, prende la gente dai campi, dalle reti
del mare, dal lago e ne fa degli apostoli. È il suo vecchio sistema.
Certe cose il Signore non le vuole scrivere né sul bronzo, né
sul marmo, ma addirittura nella polvere, affinché se la scrittura resta,
non scompaginata, non dispersa dal vento, sia ben chiaro, che tutto è
opera e tutto merito del solo Signore (...)".(Da un’ omelia
pronunciata il 4/1/59)
Era nato a Canale D'Agordo, diocesi di Belluno, il 17 ottobre 1912, primo di
quattro figli : Albino, Edoardo e Nina (ed un'altro fratello,
Federico, deceduto un anno dopo la nascita. La fanciullezza di Albino si è
svolta tra la bellezza dei valli e le montagne dei suoi luoghi natalizi, nelle
sofferenze della Prima Guerra Mondiale e la povertà. Era un ragazzo svelto
e vivace. Nel 1923, aveva fatto il suo ingresso nel Seminario Minore di Feltre.
Nel 1928, Albino Luciani entrò nel Seminario di Belluno e il 7 luglio
1935 ricevette l'ordinazione sacerdotale. Svolse il suo ministero come cappellano
della parrocchia del suo paese natale e poi in quella di Agordo, dove insegnò
religione presso l'Istituto Tecnico Minerario.
Nel 1947, ottenne il dottorato in Teologia presso la Pontificia Università
Gregoriana di Roma.
Nel 1958 fu nominato vescovo di Vittorio Veneto e per 11 anni svolge il suo
ministero in questa diocesi. Nel 1962, iniziò la sua partecipazione al
Concilio Vaticano II.
Il 15 dicembre 1969 è nominato Patriarca di Venezia. Papa Paolo VI lo
crea Cardinale dal titolo di San Marco il 5 marzo 1973. "Personalmente,
quando parlo da solo a Dio e alla Madonna, più che adulto, preferisco
sentirmi fanciullo. La mitria, lo zucchetto, l'anello scompaiono; mando in vacanza
l’ adulto e anche il vescovo (...), per abbandonarmi alla tenerezza spontanea,
che ha un bambino davanti a papà e mamma. (...) Il rosario, preghiera
semplice e facile, a sua volta, mi aiuta a essere fanciullo, e non me ne vergogno
punto ".( Da " Il mio rosario " )
Il 26 agosto 1978, in un conclave durato una giornata, è stato eletto
263° successore di San Pietro, prendendo un doppio nome per la prima volta
nella storia dei papi: Giovanni Paolo I. Il suo ministero ufficiale è
cominciato il 3 settembre successivo con una Messa celebrata nella Piazza di
San Pietro. È tornato alla Casa del Padre il 28 settembre 1978, dopo
33 giorni di pontificato.
" Amare significa viaggiare, correre con il cuore verso l'oggetto amato
(...) Amare Dio è, dunque, viaggiare col cuore verso Dio. Viaggio bellissimo
(...) L' amore a Dio è anche viaggio misterioso : io non parto cioè,
se Dio non prende prima l'iniziativa (...) Ciò significa, amare Dio non
poco ma tanto; non fermarsi al punto in cui si è arrivati, ma col Suo
aiuto progredire nell'amore ". Il suo percorso umano si chiudeva così,
rapidamente. Ma l’impronta dell’uomo buono con un sorriso pieno
di candore si è impadronito dei credenti e non credenti.
E’ importante nel mese di Maggio dedicato alla Madonna, sottolineare la
sua grande devozione alla Vergine Santa, specialmente attraverso il Rosario.
«È impossibile concepire la nostra vita, la vita della Chiesa,
senza il rosario, le feste mariane, i santuari mariani e le immagini della Madonna»,
scriveva Papa Luciani da patriarca di Venezia.
E aveva molto a cuore la pratica del rosario, come ricorda una volta a Verona
durante una festa mariana. «Alcuni oggi questa forma di preghiera la ritengono
superata, non adatta ai nostri tempi, che esigono, dicono, una Chiesa tutto
spirito e carisma. “L’amore”, diceva De Foucauld, “si
esprime con poche parole, sempre le stesse e che ripete sempre”. Ripetendo
colla voce e col cuore le Ave Maria noi parliamo come figli alla nostra
madre. Il rosario, preghiera umile, semplice e facile, aiuta l’abbandono
a Dio, a essere fanciulli». Nel ’75, invitato nel sud del
Brasile, per il centenario dell’immigrazione dei veneti in quel Paese,
gli venne chiesto di portare loro una copia della Madonna della Salute, tanto
venerata a Venezia. Luciani, che non era un amante dei viaggi, quella volta
non seppe dire di no. Arrivato là si trovò davanti a 200mila persone.
Uno striscione diceva: «Quando torna in Italia, dica ai veneti che noi
restiamo fedeli alla devozione della Madonna». Cominciò allora
l’omelia dicendo: «Chi ama currit, volat, laetatur. Amare
significa correre con il cuore verso l’oggetto amato. Ho iniziato ad amare
la Vergine Maria prima ancora di conoscerla... le sere al focolare sulle ginocchia
materne, la voce della mamma che recitava il rosario...». E avendo ancora
sotto gli occhi la statua della donna emigrante veneta con la corona del rosario,
disse: «Lasciate ora che vi dica due parole riguardo a Maria madre e sorella.
Madre del Signore. La si vede anche alle nozze di Cana; ha rivelato un cuore
materno verso i due sposi in pericolo di fare brutta figura. È Lei che
strappa il miracolo! Sembra quasi che Gesù abbia fatto una legge per
se stesso: “Io faccio il miracolo, ma che Lei chieda!”. Quindi come
madre dobbiamo tanto invocarla, avere tanta fiducia in Lei, venerarla tanto!
Paolo VI, che ha dichiarato Maria Madre della Chiesa, la chiama spesso anche
sorella», continuò Luciani; «Maria, benché privilegiata,
benché madre di Dio, è anche nostra sorella. Soror enim nostra
est dice sant’Ambrogio. È proprio nostra sorella! Ha vissuto
una vita uguale alla nostra. Anche Lei è dovuta emigrare in Egitto. Anche
Lei ha avuto bisogno di essere aiutata. Lavava piatti e panni, preparava i pasti,
spazzava i pavimenti. Ha fatto queste cose comuni ma in maniera non comune perché
“essa”, dice il Concilio, “mentre viveva in terra una vita
comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, era sempre intimamente
unita al Figlio suo”. Sicché noi dobbiamo seguirla e imitarla specialmente
nella fede».
Più volte aveva accompagnato da vescovo i pellegrinaggi diocesani a Lourdes,
a Loreto e a Fatima. Tanto che in un’omelia disse: «Preparandomi
a parlare ho dato uno sguardo retrospettivo alla mia vita di vescovo. Con mia
sorpresa ho scoperto che parte del mio servizio pastorale l’ho svolto
presso i santuari». Invitato una volta dal superiore del convento della
Madonna dei Miracoli di Motta di Livenza, aveva risposto: «Vengo volentieri.
Quando ero piccolo sentivo parlare della Madonna di Motta, ma non sono mai riuscito
a soddisfare questo mio desiderio». E proprio in quella circostanza, durante
l’omelia, disse queste parole: «Si scrive e si parla molto sulla
Madonna, ma si faccia in modo da farsi capire da tutti e da toccare i cuori.
Cosa che non riesce se non si ha prima noi stessi il cuore toccato: sant’Alfonso,
che era un grande teologo, s’induceva a balbettare per farsi capire dai
piccoli, e componeva canzoni, cantate in tutta l’Italia, specialmente
durante i mesi di maggio. Non va bene lo sterile e passeggero sentimento, il
sentimentalismo, ma va bene che il cuore, oltre alla mente e alla volontà,
sia coinvolto nell’esercizio del culto mariano. “Che il bel nome
di Maria non abbandoni mai le tue labbra”, scriveva san Bernardo, “non
abbandoni mai il tuo cuore”». Il 29 giugno del ’78, a tre
mesi esatti dalla sua morte, Luciani ritornò a Canale D’Agordo
per l’ultima volta.
Il parroco ricorda l’ultima immagine che conserva di lui: entrando nella
chiesa lo sorprese nella penombra con la corona in preghiera davanti all’altare
dell’Immacolata, lì nel posto dove andava ad inginocchiarsi sua
madre. Figlio e madre pregavano in un cuore solo la Madre degli uomini.