Pensiero del mese di Giugno 2011

"Crocifisso in locali pubblici"   

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha emesso la sentenza relativa al caso esploso nel 2002, quando Soile Lautsi, una cittadina italiana originaria della Finlandia, aveva chiesto all’Istituto statale frequentato dai suoi figli di togliere i crocifissi dalle aule. I tribunali italiani avevano rigettato ogni sua richiesta in merito al crocifisso in classe, ma i giudici di Strasburgo le avevano dato ragione, obbligando il Governo italiano anche ad un risarcimento di 5 mila euro a favore della donna. Da qui il ricorso del Governo italiano e di altri Paesi, che con la sentenza emessa il 18 marzo 2011 ha dato ragione all’Italia, assolvendola all’accusa di violazione dei diritti umani per l’esposizione del simbolo religioso nelle aule scolastiche. La decisione è stata presa con 15 voti a favore e solo 2 contrari e diventa così vincolante per tutti i 47 Paesi che sono membri del Consiglio d’Europa.
Questa sentenza evidenzia come sia di poco buon senso pensare che se nella scuola si appende sui muri il crocifisso si attua indirettamente una “pressione” su coloro che appartengono ad altre religioni o si determina una “lesione della libertà religiosa degli alunni e una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni”.
La sentenze, certo, fanno discutere, ma credo che non manchino anche le strumentalizzazioni.
La questione centrale consiste in una domanda : qual è l’ottica per considerare il crocifisso nelle aule?
In Italia ci sono almeno tre prospettive: quella ideologizzata di certa sinistra  anticlericale, più per affievolirne la portata che per difendere il diritto costituzionale alla libertà religiosa.
C’è, poi, una prospettiva “ di distanziamento”, forse della maggioranza delle persone, cattolici compresi, secondo la quale non ha alcuna importanza se il crocifisso è presente o meno nelle aule: se c’è , può continuare a rimanervi, se non c’è non occorre fare crociate per metterlo o imporlo per legge.
C’è infine una terza prospettiva di “svilimento” della “funzione semantica” della croce: di coloro i quali , anche tra i cristiani, sostengono che non serve tenere appeso in un luogo pubblico un crocifisso quando l’essenza di ciò che esso rappresenta viene sistematicamente calpestata  con un ethos anticristiano che in quei luoghi si pone in essere. Rispetto a queste tre prospettive, forse occorre portare la questione sul “terreno della ragione”, ove tutti, se intellettualmente onesti e liberi da visione ideologizzanti , possano trovarsi d’accordo.

La prima cosa che la ragione riconosce è che ogni persona ha la propria identità, i cui significati, però, sono molteplici.
L’identità collettiva nazionale dell’Italia è qualcosa di storicamente e culturalmente diversa rispetto a quella brasiliana, iraniana o del mondo musulmano in genere.

Gli studenti italiani e le loro famiglie vivono le loro esistenze all’interno di una società dove il cristianesimo cattolico, con tutte le sue forme storicizzate, ne ha segnato il cammino. Al di là del fatto se gli studenti siano ferventi credenti o meno, praticanti assidui o meno, testimoni di quei valori morali come la pace, la giustizia, la fratellanza, la solidarietà che il crocifisso richiama, resta certo che la loro dimensione esistenziale è strutturalmente contrassegnata dalla cultura cristiana, di cui il crocifisso è il simbolo più alto e significativo.

Perché un musulmano o un buddista dovrebbero sentirsi offesi nel loro credo trovando il crocifisso in un aula, visto che è simbolo di una cultura di vita, di solidarietà e di amore comunemente accettati: non uccidere, non rubare, evitare la dissolutezza sessuale, evitare le bevande inebrianti, non danneggiare nessun essere vivente, non dire falsità?
Crediamo che la decisione della Corte interpreti il pensiero dei cittadini in difesa dei propri valori e della propria identità e pertanto fa giustizia di questo simbolo che ispira sentimenti di unità e fratellanza in tutti gli uomini, i quali, invece, riescono anche a dividersi per un valore che non è solo religioso ma anche di grande idealità umana e civile.



Due santi al mese + 2


13 - Sant'Antonio da Padova -

Dottore della Chiesa, nacque a Lisbona nel 1195 e a 25 anni, desideroso del martirio, si fece Francescano. Dopo una breve permanenza in Francia, si stabilì a Padova dove morì il 13.6.1231. Guaritore e dispensatore di grazie e miracoli.

Molto venerato in Italia e nel mondo intero  (già ricordato  nel Sito degli anni passati).

 


19 – San Romualdo Abate

Nacque a Ravenna verso la metà del secolo X. Intraprese la vita eremitica, pellegrinò per molti anni di luogo in luogo, cercando la solitudine e costruendo piccoli monasteri. Sostò in zone selvagge del dorsale appenninico centrale tra Umbria e Marche, e diede vita ad un movimento per riformare l'istituto monastico. Oltre che fondatore dell'eremo di Camaldoli nel Casentino (Toscana), Romualdo fu promotore della Congregazione camaldolese, diramazione riformata dell'Ordine benedettino. Morì verso l'anno 1027.


        
22- San Giovanni Fisher           San Tommaso Moro

Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, durante  la controversia di Enrico VIII per il suo divorzio e per il primato del Romano Pontefice. Rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra. Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, insigne per cultura e onestà di vita, il 22 giugno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso Moro, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio a Giovanni Fisher. Il vescovo Giovanni Fisher, mentre si trovava in carcere, fu ordinato Cardinale di Santa Romana Chiesa da Paolo III.