Pensiero del mese: Giugno 2005
Povertà in TONINO BELLO
Don Tonino Bello nacque presso Lecce nel marzo 1935. Fu sacerdote
nel 1957 e nel 1982 divenne Vescovo di Molfetta condividendo la sua abitazione
con alcune famiglie di sfrattati.
Amava la "Chiesa del grembiule", ovvero la Chiesa semplice, facile,
povera.
I poveri erano il fulcro della sua attenzione tanto che li aveva messi sullo
stemma all'ingresso del vescovado . Non teneva per sé nemmeno la congrua
di vescovo, che donava ai poveri, agli ultimi a chi aveva bisogno.
Nel giorno del suo compleanno, ormai stremato da una malattia incurabile, lasciò
un bellissimo messaggio che citiamo in parte:
"Ragazzi, vi faccio tanti auguri di speranza, tanti auguri
di gioia, tanti auguri di buona salute, tanti auguri perché a voi ragazzi
e ragazze fioriscano tutti i sogni. Il Signore vi renda felici nel cuore, le
vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l'onestà con un pugno
di lenticchie.
Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza. Non arricchitevi,
è sempre perdente colui che vince al gioco della borsa. Vi abbraccio,
tutti, uno ad uno, e, vorrei dirvi: TI VOGLIO BENE".
Qualche giorno dopo, don Tonino moriva a 58 anni per un cancro: la sua morte
non fu un giorno di lutto, ma di gioia, la festa che segnalava l'inizio di una
vita nuova.
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Sulla povertà citiamo stralci che furono un programma
di vita fino ai suoi ultimi giorni. Speriamo che siano parole che entrino nel
cuore di chi legge. Perché il mondo abbandonando l’egoismo, diventi
migliore
.
Non è vero che si nasce poveri.
Si può nascere poeti, ma non poveri.
Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti.
Dopo una trafila di studi, cioè.
Dopo lunghe fatiche ed estenuanti esercizi.
Questa della povertà, insomma, è una carriera. E per giunta tra
le più complesse. Richiede un tirocinio difficile. Tanto difficile, che
il Signore Gesù si è voluto riservare direttamente l'insegnamento
di questa disciplina.
Nella seconda lettera che San Paolo scrisse ai cittadini di Corinto, al capitolo
ottavo, c è un passaggio fortissimo: "Il Signore nostro Gesù
Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi".
E' un testo splendido. Ha la cadenza di un diploma di laurea, conseguito a pieni
voti, incorniciato con cura, e gelosamente custodito dal titolare, che se l'è
portato con sé in tutte le trasferte come il documento più significativo
della sua identità: "Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli il
nido; ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".
Se l'è portato perfino nella trasferta suprema della croce, come la più
inequivocabile tessera di riconoscimento della sua persona, se è vera
quella intuizione di Dante che, parlando della povertà del Maestro, afferma:
"Ella con Cristo salì sulla croce".
Non c'è che dire: il Signore Gesù ha fatto una brillante carriera.
E ce l'ha voluta insegnare.
Perché la povertà si insegna e si apprende. Alla povertà
ci si educa e ci si allena. E, a meno che uno non sia un talento naturale,
l'apprendimento di essa esige regole precise, tempi molto
lunghi, e, comunque, tre tappe ben delineate.
Povertà come annuncio
A chi vuole imparare la povertà, la prima cosa da insegnare è
che la ricchezza è cosa buona.
I beni della terra non sono maledetti. Per ciascuno di essi, come per tutte
le cose splendide uscite dalle mani di Dio, si può mettere l'epigrafe:
"ed ecco, era cosa molto buona".
Se la ricchezza della terra è buona, però, c'è una cosa
ancora più buona: la ricchezza del Regno, di cui la prima è solo
un pallidissimo segno. Ecco il punto. Farsi povero non deve significare disprezzo
della ricchezza, ma dichiarazione solenne, fatta con i gesti del paradosso ,
che il Signore è la ricchezza suprema.
Farsi povero significa accendere una freccia stradale per indicare ai viandanti
distratti la dimensione "simbolica" della ricchezza, e far prendere
coscienza a tutti della realtà significata che sta oltre. In questo senso,
la povertà, prima che rinuncia, è un annuncio. E' annuncio del
Regno che verrà.
Povertà come rinuncia
Chi vuoI fare entrare Cristo nella sua casa, deve abbandonare l'albero, come
Zaccheo, e compiere quelle conversioni "verticali" che si concludono
inesorabilmente con la spoliazione a favore dei poveri. E' la gioia, quindi,
che connota la rinuncia cristiana: non il riso.
Povertà come denuncia
Di fronte alle ingiustizie del mondo, il cristiano non può tacere. E
neppure dinanzi ai moduli dello spreco, del consumismo, dell'accaparramento
ingordo.
Allora la povertà diventa una condivisione della propria ricchezza.
Gli antichi Padri della Chiesa dicevano: "Se hai due tuniche nell'armadio,
una appartiene ai poveri". Non ci si può permettere i paradigmi
dell'opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto
gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate
delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario,
si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti di accusa, se non avremo
spartito con gli altri le nostre ricchezze.
La condivisione dei propri beni assumerà, così, il tono della
solidarietà corta.
Ma c'è anche un’altra solidarietà intesa come condivisione
della sofferenza altrui, tanto più credibile, quanto più si è
disposti a pagare di persona.
Come ha fatto Gesù Cristo, che non ha stipendiato dei salvatori, ma si
è fatto lui stesso salvezza e, per farci ricchi, sì è fatto
povero fino al lastrico dell'annientamento, fino alla sconfitta del Calvario.
L'educazione alla povertà è un mestiere difficile: per chi lo
insegna e per chi lo impara.
Forse è proprio per questo che il Maestro ha voluto riservare ai poveri,
ai veri poveri, la prima beatitudine.