Pensiero del mese: Giugno 2004
| Pinocchio e il bambino perbene |
Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo (al capitolo 36, il conclusivo dell’opera di Collodi). Dov’è il burattino? Chiede incuriosito.
“Eccolo là, - rispose Geppetto; e gli accennò un grosso
burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia
ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo
se stava ritto.
Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse
dentro di sé con grandissima compiacenza: - Com'ero buffo, quand'ero
un burattino!... e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!...
“.
Perché ancora oggi Pinocchio? Si chiede Sandro Bernabei.
Perché affascina i bambini e ripropone agli adulti sogni e segreti dell’infanzia;
perché ha dentro di se la forza irresistibile di una metamorfosi priva
delle angoscianti visioni esistenziali di Kafka; perché è la
favola della vita, o meglio della stagione iniziale, strutturante,
rivelatrice del mistero; perché racconta un’avventura irripetibile,
e perciò unica, dove ogni essere umano, nella sua unicità appunto,
può riconoscersi.
Parlare ancora di Pinocchio significa prendere atto di una idea che
non ha tempo, perché inscrivibile nella concretizzazione del
presente. L’attenzione di varie forme d’arte nei confronti della
favola di Collodi, dal cinema al musical all’opera lirica, nonché
la recente decisione della Francia di adottarla come libro di testo nelle scuole,
ne sono tangibile testimonianza. Se riusciremo a intendere in questo universo
il senso dell’attualità noi crediamo che la favola del burattino-bambino
conserverà sempre immutate le radici del presupposto.
L’idea che non ha tempo entrerà nel nostro tempo e la vecchia favola
della vita darà colore anche alle nostre piccole cose.