Febbraio 2002

Maledetta Povertà ?

(Adattamento dalla Rivista San Francesco, Patrono d’Italia, n.9, 2001, p.9)

L’Opinionista d’altri tempi

“II rapporto annuale dell'ISTAT ha sentenziato: i poveri, in Italia, aumentano, sono otto milioni.

“'e una fascia di italiani che fa i salti mortali per far quadrare i conti e che vive sotto gli standard “minimi. La piaga colpisce di gran lunga il Sud, ma lo spauracchio del reddito basso si sta insinuando “anche nelle regioni del benessere.

“La novità dell'ultimo rapporto ISTAT sulla povertà (dati del 2000) è proprio questa: il meridione “che era povero è rimasto tale, ma in compenso nel solido settentrione si sono aperte voragini di “reddito che prima non c'erano. Segno che l'aumentata ricchezza è stata divisa male e chi era indietro “è scivolato ancora di più.

“E’ possibile fermare questa tendenza e stabilire quindi un certo equilibrio?

“E’ possibile evitare che un giocatore di calcio si alzi al mattino e, senza aver fatto nulla, si trovi sul “comodino un assegno di 50 milioni, quota giornaliera del suo ingaggio annuale, e un padre di “famiglia debba lavorare 800 giorni per avere lo stesso equivalente?

“II nostro Opinionista ha la sua soluzione: impopolare, assurda, persino ridicola vista da certe angolazioni, ma efficacissima.

“Francesco d'Assisi era figlio di un commerciante ricco e conduceva una vita agiata e spensierata. Ad “un certo punto scelse volontariamente di vivere la beatitudine evangelica, "beati i poveri in spirito, “perché di essi a il regno dei cieli". Volle imitare Cristo povero e crocifisso che "da ricco che era, si “fece povero".

“La scelta evangelica di "vendere tutto e dare ai poveri" non è una forma masochistica di Dio che “predilige la povertà, ma è un invito a sollevare i poveri dalla loro indigenza.

“Coloro che la società ha reso poveri sono proclamati beati perché, finalmente, nel nome del Signore “e per suo amore, ci sarà qualcuno che si prenderà cura di loro.

“Certo, per fare questo ci vogliono due condizioni:

“la prima è l'uso del plurale della beatitudine, significa cioè che il Signore non chiama ad una “povertà ascetica e individuate: la proposta è fatta a tutti per rovesciare il sistema sociale fondato “sull'avidità e la ricchezza.

“Si potrebbe sintetizzare in questo invito: tutti, anche se ricchi, diventino poveri, affinché tutti, anche “se poveri diventino ricchi. Insomma, ce n'e per tutti a in abbondanza se non ci si lascia prendere “dalla frenesia della ricchezza.

“La seconda condizione è legata alla dimensione fede, fiducia.

“La beatitudine della povertà qualcuno la riduce a questa espressione: "beati i poveri, perché Dio si “prende cura di loro". E Dio non ha mai deluso chi ha mostrato fiducia e abbandono. Questo vuol “dire che certi problemi "sociali", come appunto la povertà, non sono risolvibili con promesse “elettorali o leggi adeguate, ma solo avendo un cuore di povero. Certi trapianti riescono bene solo a “Dio.

 L’Opinionista d’altri tempi della Rivista francescana citata, è molto incisivo: vuole arrivare alle  coscienze per scuoterle ed i suggerimenti sono in sintonia con il Discorso delle Beatitudini.

Ma vediamo pure nell’Antico Testamento dove si lega spesso l’accumulo di ricchezza all’oppressione del povero, e quindi all’ingiustizia sociale, la spogliazione del povero da parte del ricco, la sua prepotenza, la sua sete di dominio.

Viene poi ripreso il concetto da Gesù: si pensi al Magnificat (Lc 1, 53), alla parabola del povero Lazzaro (Lc 16, 19), alla formulazione contrapposta tra poveri e ricchi delle Beatitudini di Luca (Lc 6, 20-24).

Parecchie volte Gesù rivolge l’invito a spogliarsi delle ricchezze e a darle ai poveri.

Si tratta di un invito con due connotazioni:

1) non accumulare ricchezze terrene, ossia non essere pervasi dalla preoccupazione spasmodica di arricchirsi;

2) condividere con gli altri, in particolare con i poveri, ciò che si possiede.

 

Questo duplice invito ci fa capire che l’alternativa posta da Gesù non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Dio: la dedizione al Signore è tale, per il credente, che per lui non c’è altra ricchezza che la vita in Lui.

 

In questa luce va vista la parabola del ricco stolto (Lc 12, 22 ss.), in cui si evince che c’è un arricchire per sé e un arricchire davanti a Dio. Il cristiano, che è cittadino del Regno, non cerca ricchezze per sé e, se ne possiede, non esita a condividerle. Egli infatti cerca prima di tutto il Regno e la sua giustizia (Mt 6, 33). Né l’avidità né l’avarizia fanno parte dello stile di vita del cristiano.

Questi due termini, sono entrambi condannati da S. Paolo (Rm 1, 29; 1 Cor 6, 10; 2 Cor 9, 5; Col 3, 5; Ef 4, 19; 5, 3; 5, 5; 1 Tess 2, 5). Uguale condanna è espressa in Mc 7, 22 e Lc 12, 15.

Le conclusioni non sono difficili da dedurre. Esse possono essere sintetizzate in due principi generali, che possiamo esprimere in termini evangelici:

  “Non accumulate tesori sulla terra…” (Mt 6, 19)

2° “Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9, 7).

 

Sono due precetti che si oppongono rispettivamente all’avidità e all’avarizia, conducendo il credente ad un atteggiamento di distacco nei confronti delle ricchezze terrene e di solidale carità con i più poveri. Questi due precetti incarnano in modo serio e concreto la virtù della povertà evangelica che non è la miseria dei baraccati delle metropoli, ma un distacco interiore che ci fa vivere e condividere con i nostri simili i beni ricevuti da Dio.  


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