Pensiero del mese: Agosto 2004
| Single per Forza? |
La struttura della famiglia italiana è cambiata. Aumenta
il numero dei singles, quello delle famiglie mononucleari e sono sempre di più
i figli che decidono di restare in casa anche oltre una certa età; di
contro diminuiscono le convivenze e sembra anche il reddito medio. Quindi siamo
più soli, più poveri e tendenzialmente affetti dalla sindrome
di Peter Pan. Quest'ultimo aspetto riguarda quei giovani, di norma sopra la
trentina, che abitano ancora con i propri genitori, per necessità economica,
assenza di relazioni impegnative o effettiva difficoltà emotiva a distaccarsi
da un ambiente familiare protettivo. La crescente carenza di relazioni affettive
soddisfacenti al punto da indurre un individuo alla decisione di lasciare il
nido d'origine per costruirne uno proprio, costituisce una delle motivazioni
pregnanti al fine del consolidamento di tale tendenza. La fanno da padrone anche
le difficoltà economiche alle quali, va incontro una giovane coppia nel
momento in cui decida di "metter su casa". Ma non solo. Spesso non
si ha il coraggio di crescere e la storia di
Peter Pan come il puer aeternus,che simbolizza la
voglia di rimanere bambini pur di non entrare nella realtà adulta, è
frequente.
La sindrome si concretizza nel rinvio dell’assunzione di responsabilità.
Il soggetto si rifugia in comportamenti
ludici, spesso in gruppo, con l’utilizzo di codici e comportamenti diversi
da quelli degli adulti (linguaggio, modo di vestire,
consuetudini, orari, ecc.).
Spesso ad una crescita fisiologica precoce si accompagna questa paura di crescere;
di qui nasce il conflitto che può portare ad atteggiamenti regressivi.
Forse tutti noi abbiamo dentro un piccolo Peter Pan, alla ricerca spasmodica
della propria ombra, un bambino che non vuole crescere, che non vuole, anzi
non può, diventare grande, il suo tempo si è fermato sull'Isola
che non c'è, i bambini lo hanno eletto loro capo solo perché,
tutto sommato, è quello che sa giocare meglio di tutti.
Peter non è un folletto, non è un piccolo mago, Peter è
un bambino, essenzialmente un essere umano. Pensiamo al suo essere fortemente
umano, a questo Peter che cerca disperatamente di non farsi abbandonare dalla
sua ombra, simbolo di insicurezza, immersa nei sogni.
E chi non coltiva almeno un pensiero felice? O, come va di moda dire oggi, un
sogno nel cassetto? A chi non piacerebbe avere un pizzico di polvere di fata?
Non dobbiamo vergognarci di giocare, e sognare. Dov'è l'isola che non
c'è? Sembra una filastrocca e invece è una domanda "da sogno",
perché è nell'ora dei sogni, di notte, che Peter Pan vola a far
visita a Wendy, Gianni e Michele per portarli a solcare il cielo e raggiungere
quell'isola fantastica dove vivono le sirene e gli indiani, la principessa Giglio
Tigrato e la fatina Trilli Campanellino; dove si può far amicizia con
i Bimbi Sperduti e combattere contro i pirati di Capitan Uncino, dove i duelli
sono all'ordine del giorno e il tempo è scandito dal tic-tac di un coccodrillo,
dove l'avventura è fuori dallo spazio e dal tempo e dove l'adolescenza
vorrebbe non finire mai... Ma è il nostro cuore o il nostro cervello
che ha bisogno di una spruzzatina di polvere magica?
Nei nostri pensieri di uomini-adulti, Peter Pan lo associamo a qualcosa di non
sempre positivo, la sindrome di Peter Pan, il non voler crescere talmente accentuato
da arrivare al patologico..
Lo psichiatra Aldo Carotenuto, nel libro "La strategia di Peter Pan",
ci indica che forse sta proprio nell' equilibrio bambino-adulto, la chiave per
vivere con serenità.
Non smettiamo quindi di giocare, non smettiamo di parlare con i bambini, non
smettiamo di parlare come bambini.
| «Domani comincerà per te una nuova vita, ma non
capirai più molte cose. Non capirai più quando parlano gli alberi, né i fiori, né i venti. Fine dell'infanzia ... e non te lo immaginavi neppure.» (Sir James Mattiew Barrie,"Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere") |